FASE 1: Budô ed Arti Marziali
Ho messo piede su un tatami per la prima volta a 7 anni, nello storico dôjô Jigorô Kanô di Milano. Quella prima lezione di Jûdô ha aperto una strada che non ho mai smesso di percorrere, portandomi a raggiungere il I dan a 18 anni.
A 19 anni è arrivato il Karate Shôtôkan e con esso qualcosa di difficile da spiegare a chi non l’ha vissuto: la sensazione di aver trovato una parte di sé. Ho raggiunto il II dan e la qualifica di Istruttore, ricoprendo il ruolo di vice direttore tecnico del settore Karate presso il Eisho Club di Milano.
Gli anni universitari mi hanno portato allo studio del giapponese e il giapponese mi ha portato in Giappone e poi ad Ôkinawa, la terra dove il Karate è nato. Allenarsi là è stato un ritorno alle origini, alle radici vive di una pratica che in Occidente rischiamo di dimenticare.
Il Budô mi ha insegnato a rialzarmi ed a stare in piedi, nei dôjô come nella vita
FASE 2: Difesa Personale
Nei primi anni di pratica del Karate ho cominciato ad affiancare il Maestro come sparring partner nei corsi di difesa personale per non praticanti. Di fronte a persone comuni che cercavano risposte concrete, ho incontrato per la prima volta alcune vittime di violenza. Ho ascoltato le loro esperienze. Ho visto le ferite invisibili.
Qualcosa, da quel momento, è cambiato.
Ho iniziato a esplorare il mondo della difesa personale in parallelo al Karate, cercando un approccio che fosse all’altezza di quella responsabilità. Due sistemi hanno segnato in modo decisivo la mia formazione: KFM di Justo Dieguez e Andy Norman — di cui sono stato istruttore per l’Italia — per il suo realismo e per l’attenzione alla gestione di aggressori multipli fin dalle basi e Urban Combatives di Lee Morrison, da cui ho tratto l’approccio alla gestione emotiva e alla fase pre-incidente, quel momento prima che tutto accada.
Da queste radici ho costruito una sintesi personale, affinata in quindici anni di insegnamento della difesa personale rivolto esclusivamente alle donne. Un metodo fondato su tre principi che non ho mai abbandonato: semplicità tecnica, gestione dell’emozione, efficacia reale.
FASE 3: Prevenzione
Con il tempo ho dovuto fare i conti con un limite strutturale della difesa personale: la maggior parte della violenza — quella vera, quella che accade nella vita reale — si manifesta in contesti in cui una risposta fisica è controproducente e spesso non legittimata dall’ordinamento vigente. Le tecniche che funzionano richiedono anni di pratica per essere efficaci; abbassare il livello per renderle accessibili a chiunque significa allontanarsi dal realismo necessario, producendo qualcosa di potenzialmente più pericoloso dell’assenza stessa di preparazione: un falso senso di sicurezza.
Ho smesso di chiedermi come reagire ed ho iniziato a chiedermi come non arrivarci.
Il focus si è spostato interamente sul versante preventivo, su tutto ciò che si può fare prima che un evento violento accada, per diminuirne la probabilità. Per costruire questa fase del percorso su basi solide ho conseguito una seconda laurea magistrale in psicologia clinica.
Da qui è nato il progetto Non Ci Cascare.
NCC lavora su tre livelli: consapevolezza di sé, comprensione delle dinamiche relazionali e degli schemi ricorrenti e strumenti concreti per valutare le persone — competenze mutuate direttamente dalla mia esperienza professionale in ambito HR e analisi comportamentale.
NCC non si occupa solo di violenza fisica: fornisce strumenti per riconoscere e comprendere tutte le forme in cui la violenza si manifesta: psicologica, emotiva, sessuale, economica, assistita.
Perché la violenza raramente inizia con un gesto plateale. Inizia con qualcosa di subdolo.