Quando si parla di violenza nella coppia, l’immaginario collettivo tende a fermarsi a un’unica immagine: quella della violenza fisica, visibile, documentabile. Eppure la ricerca scientifica descrive da tempo una forma di abuso che può non lasciare alcun segno sul corpo e che, proprio per questo, è tra le più difficili da riconoscere, sia dall’esterno che da chi la vive. Si tratta del controllo coercitivo, un modello teorico introdotto nel 2007 dal criminologo Evan Stark che ha cambiato profondamente il modo in cui la violenza domestica viene compresa e studiata.

Cos’è il controllo coercitivo

Stark definisce il controllo coercitivo come una strategia comportamentale intenzionale e strutturata, messa in atto da un partner per dirigere e limitare il comportamento dell’altro attraverso una combinazione di tattiche violente e non violente. Il modello distingue due componenti concettualmente separate ma interconnesse:

  • la coercizione, cioè l’uso della forza o delle minacce per obbligare o disincentivare un comportamento specifico;
  • il controllo, ovvero forme strutturali di privazione, sfruttamento e comando che impongono l’obbedienza in modo indiretto.

Se la coercizione include tattiche esplicite — violenza fisica, aggressione sessuale, intimidazione — è il controllo a rappresentare, secondo Stark, la componente più insidiosa del fenomeno: agisce in modo trasversale e continuo, invadendo progressivamente ogni ambito dell’esistenza della vittima.

Un aspetto centrale del modello è che la violenza non viene descritta come una perdita di controllo degli impulsi da parte di chi la agisce, ma come uno strumento utilitaristico, esercitato in modo consapevole per ottenere e mantenere potere all’interno della relazione. Questa lettura sposta la responsabilità dell’abuso su chi lo commette, superando interpretazioni che tendono a psicologizzare o giustificare il comportamento violento come reazione emotiva incontrollata.

Le forme del controllo coercitivo

Stark individua diverse tattiche attraverso cui il controllo coercitivo si realizza nella quotidianità della coppia:

Abuso psicologico. Comportamenti verbali e non verbali — insulti, umiliazioni, manipolazione della percezione della realtà (il cosiddetto gaslighting) — finalizzati a minare l’autostima della vittima e la sua capacità di fidarsi del proprio giudizio.

Minacce e intimidazioni. Segnali, espliciti o impliciti, di conseguenze negative in caso di mancata osservanza delle richieste del partner. La loro efficacia non dipende dalla frequenza, ma dalla credibilità percepita dalla vittima.

Isolamento. Tattiche volte a recidere i legami della vittima con amici, familiari e altre risorse sociali, privandola del confronto con punti di vista esterni e del supporto concreto di una rete relazionale.

Manipolazione economica. Sottrazione delle risorse personali o impedimento all’accesso a un’entrata autonoma, con l’effetto di ostacolare concretamente ogni possibilità di resistenza o allontanamento.

Microregolazione della vita quotidiana. Una regolamentazione minuziosa di aspetti apparentemente marginali ma fondamentali per l’identità della persona: l’abbigliamento, le abitudini alimentari, il tempo trascorso fuori casa, persino l’accesso ai servizi igienici.

Sorveglianza e stalking. Il monitoraggio costante delle attività della vittima, che genera nella persona controllata una percezione di onnipresenza e onnipotenza del partner. Questa forma di controllo trova oggi terreno particolarmente fertile nelle tecnologie digitali: condivisione forzata della posizione, accesso a messaggi privati, controllo dei profili social sono strumenti che, se imposti anziché scelti liberamente, rientrano a pieno titolo in questo quadro.

Perché non serve la violenza fisica per produrre danno grave

Uno dei contributi più rilevanti del modello di Stark riguarda la sua origine strutturale: l’autore individua nella disuguaglianza di genere una delle radici del fenomeno, osservando come le tattiche di controllo sfruttino norme sociali e una distribuzione diseguale delle risorse per consolidare privilegi a scapito dell’autonomia della partner. In questa prospettiva, la violenza nella coppia non viene letta come una sequenza di episodi isolati, ma come espressione di una dinamica relazionale strutturata attorno all’obiettivo del controllo.

La ricerca ha documentato come, anche in assenza di violenza fisica grave, un livello elevato di controllo coercitivo sia associato a esiti psicosociali estremamente severi, con un aumento significativo del rischio di violenza post-separazione o di esiti letali. Un dato che si spiega alla luce dell’effetto cumulativo del fenomeno: la privazione progressiva di spazi di autonomia intacca proprio la capacità della vittima di valutare correttamente il proprio rischio e di attivare strategie di fuga.

Non è un caso che chi sopravvive a un regime prolungato di controllo coercitivo sviluppi frequentemente un quadro compatibile con il Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso (C-PTSD): la natura non episodica della minaccia genera infatti un ambiente coercitivo totalizzante, per certi versi assimilabile — sul piano psicologico — a condizioni di prigionia prolungata.

È importante sottolineare un punto che il modello di Stark rende esplicito: il controllo coercitivo, pur includendo spesso violenza fisica o sessuale tra le proprie tattiche, non ne è sinonimo. È piuttosto la cornice relazionale che rende quelle tattiche efficaci nel sottomettere la vittima — ed è per questo che può essere pienamente presente anche laddove non vi sia mai stato un singolo episodio di violenza fisica.

I limiti di questa lettura

Il modello del controllo coercitivo offre una chiave di lettura potente per comprendere dinamiche altrimenti difficili da inquadrare, ma va maneggiato con la consapevolezza dei suoi limiti applicativi.

Innanzitutto, si tratta di un costrutto pensato per descrivere un pattern relazionale prolungato, non un singolo comportamento isolato: un episodio di gelosia, una richiesta di condividere la posizione in un momento specifico, un disaccordo su una spesa non costituiscono, di per sé, controllo coercitivo. È la sistematicità, la pervasività e l’effetto cumulativo delle tattiche a definire il fenomeno, non la presenza isolata di uno dei suoi elementi.

In secondo luogo, il riconoscimento di queste dinamiche — specie nella loro forma digitale, spesso ambigua e normalizzata dal contesto culturale — richiede competenze specifiche. Comportamenti che nascono da ansia, insicurezza o difficoltà comunicative reali possono superficialmente somigliare a singole tattiche descritte da Stark senza costituire, nell’insieme, un pattern di controllo coercitivo.

Infine, la valutazione di queste dinamiche in un contesto specifico — clinico, legale o organizzativo — richiede sempre un’analisi condotta da professionisti qualificati, che tenga conto della storia relazionale nella sua interezza e non di singoli comportamenti estrapolati dal contesto.


Fonti principali:

Stark, E., & Hester, M. (2019);

Harris, B. A., & Woodlock, D. (2019);

Tolmie, J. et al. (2024);

Dutton, M. A., & Goodman, L. A. (2005).

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